In un caldo pomeriggio di fine giugno del 2025 un assembramento di persone aspetta ansioso di unirsi a un corteo. La location è quella della cinta muraria della piccola città di Ostuni, circa 32 mila abitanti, nella provincia di Brindisi. Una brezza leggera fa sventolare le tante bandiere presenti, incluse tante bandiere arcobaleno e alcune bandiere della Palestina. Quando il corteo parte verso le sei del pomeriggio l’atmosfera si fa elettrica. L’entusiasmo è palpabile. Dal carro che apre la manifestazione si intonano canti, si ringraziano i partecipanti, si ricorda che il Pride ad Ostuni è alla sua prima edizione. Un evento fortemente voluto sia dall’amministrazione comunale che dalle organizzazioni locali e supportato anche dal Festival Sherocco sulle culture Queer e Femministe che si svolge sempre a Ostuni in quei giorni.

Mentre mi confondo anche io con questa folla festante, mi colpisce il cartello di una delle persone che partecipa alla marcia e che recita ‘la provincia è viva’. Ed è proprio così. La provincia è viva. Nello stesso giorno, a soli venti chilometri di distanza, sempre nella provincia di Brindisi, un altro Pride si celebra nel piccolo centro di Villa Castelli, un paesino di 10 mila abitanti. In un piazzale sterrato, con degli alberi d’ulivo a fare da sfondo, circa una trentina di persone si riuniscono per parlare di diritti, sensibilizzare la comunità locale alle questioni LGBTQIA+, e celebrare la diversità all’interno di questa piccola comunità. Per me che sono cresciuta negli anni 2000 a Francavilla Fontana, a circa cinque minuti da Villa Castelli e venti minuti da Ostuni, e sono partita per frequentare l’università nel Nord Italia pensando che non avrei potuto esplorare la mia identità di giovane donna lesbica nella mia terra, questi due Pride di provincia mi convincono del fatto che sia anche nei piccoli centri che risiedono oggi le forze vitali per lottare, mentre sullo sfondo le identità e istanze LGBTQIA+ diventano preda di fenomeni come la commercializzazione e il pinkwashing.

Nell’immaginario collettivo i Pride appartengono alla geografia urbana delle grandi città: da Roma a Londra, da New York a San Paolo, da Johannesburg a Nuova Delhi, centinaia di migliaia – a volte addirittura milioni – di persone si riversano nelle strade, rendendo ‘queer’ piazze, viali, parchi e altri luoghi pubblici per qualche ora. Questo processo di trasformazione estemporanea della geografia eteronormativa ed eteronormativizzante delle città consegna alle persone LGBTQIA+ degli spazi per esplorare la libertà di esistere negli spazi pubblici al di là della paura di ritorsioni, violenze, o intidimidazioni, purtroppo ancora comuni a livello globale. Il Pride rompe la relazione con lo spazio fisico e simbolico della nazione che vorrebbe le soggettività LGBTQIA+ nascoste tra le pieghe della rispettabilità e invisibilità e ridisegna le mappe del desiderio al di là della ciseterossesualità.
La storiografia tradizionale considera i Moti di Stonewall del 1969 a New York, e le successive commemorazioni che ne scaturirono a partire dal 1970 in diverse città degli Stati Uniti, come l’inizio del movimento che porterà il Pride a diventare un fenomeno globale. Gli archivi, tuttavia, ci raccontano che la storia di resistenza delle diverse comunità LGBTQIA+ nel mondo precede persino i fatti di Stonewall. Nel 2023, secondo i dati dell’organizzazione Outright International, erano centouno i paesi nel mondo in cui esisteva almeno un evento definibile come ‘Pride’. Parate, marce, sit-in, e altre forme di aggregazione sono espansione in tutti i continenti, nonostante le continue minacce e divieti che ancora persistono, sia nei paesi in cui l’omosessualità e l’affermazione dell’identità di genere vengono criminalizzate o ostacolate, sia in paesi, come l’Ungheria, in cui le istituzioni democratiche stanno vivendo un vero e proprio momento di crisi che si manifesta, tra le altre cose, nel divieto per legge di organizzare il Pride nel paese (un divieto sfidato dall3 attivist3 con il Pride che si è svolto in barba ai divieti), approvato dal parlamento nel marzo 2025 e fortemente appoggiato dal governo Orbán.
Quando si parla del fenomeno della crescita esponenziale del Pride a livello mondiale, tuttavia, l’aspetto più saliente e innovativo è rappresentato dall’ascesa dei cosidetti ‘piccoli Pride’: eventi che si svolgono nei piccoli centri, spesso luoghi di emigrazione economica e sociale, che sono stati tradizionalmente designati come inospitali o omo- transfobici. Questi eventi sono spesso frutto della collaborazione di diverse associazioni e realtà sul territorio, alcune delle quali non hanno sempre un mandato esplicito rispetto alla promozione e tutela dei diritti LGBTQIA+. Il fenomeno è presente in Italia, con gli eventi citati sopra, ma anche con una miriade di altre realtà che si snodano lungo tutta la lunghezza dello stivale, da Nord a Sud, passando per le isole. La moltiplicazione dei ‘piccoli Pride’ è anche ben visibile oltreoceano, dove il campo di studi accademici afferente ai ‘Queer Rural Studies’ è attivo da decenni e documenta le realtà multiformi che si trovano a vivere le persone LGBTQIA+ che non risiedono nei grandi centri urbani. In diversi paesi del Sud Globale, in America Latina, in Sudafrica, in India, i ‘piccoli Pride’ si stanno facendo sempre più spazio, rispondendo alle esigenze delle persone che non vogliono o non possono unirsi alle grandi celebrazioni nei centri urbani, così come ho documentato nel mio libro di prossima uscita ‘The Politics of Pride Events: Global and Local Challenges’.
Il risultato di questa espansione dei ‘piccoli Pride’ a livello globale è una geografia completamente mutata delle relazioni geografiche, sociali, e politiche. La visibilità delle questioni LGBTQIA+ nelle piccole comunità rurali e periferiche scardina da una parte il principio ‘metronormativo’ discusso da Jack Halberstam (2005) per cui le città sarebbero gli unici luoghi sicuri o attrattivi per le persone LGBTQIA+ che desiderano esplorare liberamente le proprie identità e costruire le proprie vite, e le periferie o le zone rurali sarebbero luoghi da cui bisogna necessariamente emigrare perché intrinsecamente omofobi o transfobici. Dall’altro lato, così come conferma la letteratura in questo campo, la presenza dei ‘piccoli Pride’ nei contesti rurali e periferici permette la creazione di alleanze al di là delle questioni inerenti al genere e alla sessualità. Secondo le studios3, le persone e attivist3 residenti in zone non urbanizzate, infatti, sarebbero più propense a creare alleanze con attor3 local3 che normalmente non si espongono su questioni inerenti i diritti delle persone LGBTQIA+, vista la relativa assenza di un tessuto associativo LGBTQIA+ come quello che esiste nelle grandi città.

Ci sono altri aspetti che rendono i ‘piccoli Pride’ attraenti per chi partecipa. In primo luogo, come spesso accade, il Pride diventa un’occasione per ripensare il concetto di appartenenza a una comunità che spesso sembra ostile. La presenza di manifestazioni per i diritti LGBTQIA+ in centri anche piccolissimi mette in discussione il carattere ciseteronormativo di queste piccole comunità, dimostrando l’esistenza di piccole sacche di resistenza queer e femminista anche nei posti più inaspettati. In secondo luogo, i ‘piccoli Pride’ offrono un’alternativa a chi non si sente rappresentato dalle grandi manifestazioni che si svolgono nei centri urbani e che negli anni sono state spesso inglobate nella logica del pinkwashing, della commercializzazione attraverso la presenza di sponsors, o la depoliticizzazione, ovvero la compressione di spazi in cui è ancora possibile portare avanti istanze politiche e radicali. Inoltre, i ‘piccoli Pride’ permettono a chi vive in posti relativamente isolati o non ben collegati, assieme a chi non dispone di risorse economiche per muoversi, la possibilità di partecipare a eventi senza dover avere un onere economico.

Il primo ‘Ostuni Pride’ rappresenta un incoraggiante segnale in un contesto nazionale, regionale e globale in cui i diritti delle persone LGBTQIA+ vengono contestati anche laddove si pensava aver raggiunto dei traguardi irreversibili, come la promozione delle politiche sulla diversità, l’uguaglianza e l’inclusione che sono diventate lo spauracchio della destra Trumpiana e illiberale nel mondo. Se la provincia alza la testa, allora tutt3 noi possiamo alzare la testa e gridare che non cederemo terreno, né nelle nostre città, né nei nostri piccoli centri, alle forze che ci vogliono impaurit3, isolat3, e timoros3 di esprimerci sulle ingiustizie che attraversano i nostri tempi, dall’erosione dei diritti delle persone LGBTQIA+ al genocidio in Palestina, dalla piaga del razzismo e l’ostilità verso chi migra, alle lotte sulla tutela dell’ambiente, i diritti dell3 lavorator3, e la riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali.
Se la provincia è viva lo siamo anche noi.
Riferimenti Bibiliografici
Ammaturo, F.R., 2025. The Politics of Pride Events: Global and Local Challenges. Policy Press.
Ammaturo, F.R., 2019. ‘The more South you go, the more frankly you can speak’: Metronormativity, critical regionality and the LGBT movement in Salento, South-Eastern Italy. Current Sociology, 67(1), pp.79-99.
Armstrong, E.A. and Crage, S.M., 2006. Movements and memory: The making of the Stonewall myth. American sociological review, 71(5), pp.724-751.
Duberman, M., 2019. Stonewall: The definitive story of the LGBTQ rights uprising that changed America. Penguin.
Gray, M.L., Johnson, C.R. and Gilley, B.J. eds., 2016. Queering the countryside: New frontiers in rural queer studies (Vol. 11). NYU Press.
Halberstam, J.J. and Halberstam, J., 2005. In a queer time and place: Transgender bodies, subcultural lives (Vol. 3). NYU press.
Kazyak, E., 2011. Disrupting cultural selves: Constructing gay and lesbian identities in rural locales. Qualitative Sociology, 34, pp.561-581.
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